PostPickr, la nostra sfida contro il tempo

Questa intervista nasce da una domanda molto semplice:“Cosa significa creare un’impresa digitale in Italia quando non hai più 35 anni?”

Una domanda che, secondo l’ultimo rapporto di Startup Genome 2017, non troverebbe mai risposta visto che l’Italia non rientra neanche nei primi 30 migliori paesi al mondo dove poter creare imprese tech.

Un mese fa abbiamo iniziato a parlare di quello che fanno i ragazzi italiani all’estero, scoprendo anche le storie di impresa di quelle persone che hanno ricominciato da zero dopo i 35 anni, l’età da tutti considerata (non si sa perché) quella del non ritorno. Maledette fake news!

Dopo aver pubblicato le prime 7 storie di imprenditori digitali italiani over 35 che hanno ricominciato da zero partendo dal mondo, siamo tornati in Italia, precisamente ad Andria, per condividere con voi la storia di PostPickr e di Maurizio Lotito.

Se amate sfidare il tempo, sia personalmente che professionalmente parlando, potreste trovare in questa intervista nuove idee per sfidarlo a livelli estremi.

 Maurizio Lotito, founder di Postpickr
Maurizio Lotito, founder di Postpickr

1) Chi era Maurizio a 18 Anni e subito dopo aver superato il suo esame di maturità? Quali erano i sogni di Maurizio in quel periodo?

Maurizio era una ragazzo con una folta e riccia capigliatura (sospiro), loquacissimo (il soprannome affibbiatogli dagli amici era “cicalone”, una grande cicala insomma), con due grandi passioni: la tecnologia e la comunicazione.

Durante l’ultimo anno di informatica all’Istituto Tecnico Industriale, per arrotondare, facevo dei lavoretti saltuari come aiuto stampatore in una serigrafia di miei amici. Quell’esperienza mi aprì le porte del mondo delle Arti Grafiche, che viveva in quel periodo la rivoluzione del Desktop Publishing.

Cortocircuito perfetto: grazie alle competenze in Informatica, alle doti comunicative e ad una sensibilità per il design e l’estetica, trovai subito lavoro in un’agenzia di comunicazione, alle prese con un Macintosh Plus e l’arduo compito di impaginare riviste formato tabloid su uno schermo in bianco/nero da 9 pollici.

Dopo nemmeno tre anni, mi fu proposto di entrare in società, cosa che accettai senza il minimo indugio. Da quel giorno, non ho più smesso di lavorare in autonomia.

2) C’è una parola in italiano che ha un senso molto forte per le nostre ultime generazioni: gavetta. Prima di creare PostPickr, quanti anni e quante esperienze sono servite per costruirti come professionista e come persona?

I 23 anni della mia precedente esperienza lavorativa sono fatti di luci ed ombre. Come professionista, mi ritengo molto soddisfatto del percorso svolto, nonostante l’abbia fatto tutto da autodidatta. Devo a quel periodo l’acquisizione di un bagaglio importante di esperienze e know-how, in particolare la capacità di padroneggiare l’intero ciclo produttivo, dalla pianificazione strategica all’execution finale.

Come imprenditore, invece, ho commesso molti sbagli e alla fine ne sono uscito economicamente male. Ma come disse il fisico premio Nobel Niels Bohr: «Un esperto è un uomo che ha fatto tutti gli errori che sia possibile compiere in un campo molto ristretto», ragion per cui sono molto felice di aver imparato quella lezione.

Ti dirò, per me la gavetta non è ancora finita, almeno fino a quando sentirò l’esigenza di sperimentare, migliorare e passare ad uno stadio successivo.

3) Poi è arrivato PostPickr. In Italia da 3 anni lo conosciamo tutti e mi piacerebbe proprio per questo motivo non chiederti cos’è ma cosa ha significato per te e per il vostro team cambiare vita, seguire un sogno imprenditoriale e di crescita professionale superati i 35 anni e con milioni di responsabilità sulle spalle.

PostPickr è arrivato in un momento difficile della carriera imprenditoriale, sia mia che di quella dei miei compagni di avventura (Antonello Fratepietro e Maria Miracapillo), la cui esperienza/condizione non era poi molto diversa.

Il progetto ci è apparso subito come una grandissima opportunità, di riscatto da un verso e di evoluzione/crescita dall’altro.

La prima cosa “bella” di PostPickr è proprio il suo team, frutto di una fortunata alchimia i cui ingredienti principali si chiamano Antonello, Maria e Maurizio. Un perfetto amalgamarsi di competenze, esperienze e visioni. Ma aggiungo, soprattutto di persone, che si stimano e si tengono a cuore.

Mollare tutto e mettersi a fare gli startupper alla nostra età è comunque una scommessa molto rischiosa, che si gioca soprattutto contro il tempo. Non disponendo di finanziamenti esterni o di capitali personali da investire, è stata dura sostenere lo sviluppo del progetto a reddito quasi zero (soprattutto se, come nel mio caso, hai anche una famiglia da sostenere e il mutuo di casa da pagare).

Ma i sacrifici alla lunga pagano: oggi vediamo chiaramente la luce in fondo al tunnel e siamo certi di aver imboccato la strada giusta. I segnali positivi si moltiplicano esponenzialmente, così come le opportunità di sviluppo del nostro business, e questo fortifica la “fede” nel nostro progetto, nonostante le difficoltà.

Maurizio, Maria e Antonello, il team di Postpickr
Maurizio, Maria e Antonello, il team di Postpickr

4) Il futuro di PostPickr sarà in inglese e nel Regno Unito?

Nel lungo periodo sicuramente, ma nel breve-medio periodo il futuro di PostPickr resta l’Italia. Abbiamo un obiettivo chiaro e non poco ambizioso da raggiungere: diventare il prodotto di riferimento numero uno in Italia nel segmento dei Social Media tool.

Sono però molto felice di annunciare che, a breve, apriremo una finestra importante in vista dell’esordio nel mercato internazionale. Adesso che abbiamo raggiunto un buon grado di popolarità in Italia e ricevuto una validazione definitiva del prodotto, siamo pronti per un primo test d’ingresso.

Abbiamo già una data ufficiale di lancio: il 5 maggio infatti, il team di PostPickr volerà oltremanica insieme agli amici di SportDigitale, per presentare in anteprima la piattaforma inglese alla community dei marketers sportivi italo-londinesi.

L’appuntamento si terrà in una prestigiosa location di Shoreditch, a due passi dalla City. Di più, al momento, non posso anticiparti!

5) Oggi, prima di questa intervista, ho rivisto i dati della creazione di imprese create da ragazzi under 35 in Italia e personalmente c’è un aspetto su tutti che mi colpisce: la differenza di vita e di morte di un’impresa in Italia rispetto ad altri paesi come Svezia, UK, Irlanda e Germania, senza citare i soliti di Istraele e USA.

Sei un imprenditore italiano nel settore digitale da sempre, di tasse ne hai pagate di tutti i tipi e conosci perfettamente cosa significa vivere ogni giorno in questo mondo. Dopo tutti questi anni, esperienze, batoste e successi cosa ne pensi?

Maurizio Lotito

Uno dei miei più grandi limiti è l’aver viaggiato pochissimo, sia per piacere che per lavoro (ragion per cui ti meriti la mia invidia più feroce).

Mi manca quindi l’esperienza diretta per poter fare un paragone oggettivo. A sentire, però, chi in altri paesi ci lavora (o ci ha lavorato), pare che lì sia tutto enormemente più semplice.

La sensazione che ho, in questi primi anni di vita della nostra startup, è che non ci sia poi tutto questo aiuto, sostegno e incentivo all’innovazione nel nostro Paese.

 

 

In ottica di competizione globale, è un po’ come partire con la zavorra sulle spalle. Lo Stato ci mette pesantemente del suo con carico fiscale, burocrazia, costo del lavoro, etc., ma la “colpa” andrebbe equamente divisa anche con il mondo degli investitori istituzionali, delle banche e non ultime delle grandi imprese, il cui contributo all’ecosistema delle startup è ancora ampiamente insufficiente.

Per chiudere con un gioco di parole, avviare un impresa in Italia resta ancora un’impresa!

 

6) Ultima domanda, netta ma fondamentale: cosa consiglieresti ad un ragazzo italiano che ha appena finito di completare il suo percorso di studi?

L’approccio al mondo del lavoro è un tema molto complesso. Se guardo alla mia personale esperienza mi ritengo davvero molto fortunato, perché ho avuto l’occasione di fare da subito un lavoro che mi appassionava, per quanto apparentemente distante dal mio percorso di studi.

Ecco, penso che provare passione per il lavoro che fai sia un vantaggio fondamentale, perché ti permette nel primo periodo di acquisire quello che veramente conta, cioè la conoscenza e l’esperienza, anche a scapito di un immediato ritorno economico.

A me veniva spontaneo e naturale trattenermi oltre l’orario di ufficio per studiare, approfondire, sperimentare, quasi come fosse un bisogno fisiologico. È stato il mio miglior investimento di sempre!

Il mio consiglio, quindi, è di continuare a investire nella formazione, possibilmente acquisendo competenze trasversali al proprio percorso di studi.

Dimestichezza tecnologica e conoscenza digital di base devono sicuramente far parte del kit di base. Ma dovessi azzardare una previsione, per quanto possa apparire controcorrente, scommetterei sulla rivincita delle discipline umanistiche e creative.

L’era delle figure professionali super-specializzate ha, secondo me, i giorni contati: presto non ci sarà task specifico o analitico che macchine e algoritmi non sapranno svolgere infinitamente meglio.

Ciò che le macchine difficilmente potranno eguagliare sarà la nostra “umanità” e le sue incredibili capacità astrattive e creative.

A meno che in futuro non ci fonderemo con esse, ma questo è un altro discorso

Sono un Recruiter specializzato in Tech e Social Recruiting grazie a SocialTalent, Buffer e Hootsuite. Mi sono innamorato del mio lavoro a 14 anni, quando ho aperto per la prima volta le porte dell’Informagiovani di Matera. La felicità lavorativa per me è ricercare nuove opportunità di lavoro per altre persone. Soffro della sindrome di Wanderlust da circa 10 anni. P.S. Secondo te come potremmo migliorare Besourcer?

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