La mia storia da ricercatore prima di essere selezionato dalla Fondazione Obama

La storia di Roberto Pontecorvo l’abbiamo scoperta tramite il gruppo Facebook privato di Besourcer.

Era fine ottobre e uno dei nostri membri aveva pubblicato un articolo di Repubblica, dove si parlava di questo ragazzo italiano, selezionato dalla Fondazione Obama, insieme ad altri 500 ragazzi che, come Roberto, avevano sviluppato qualcosa di importante e innovativo nei loro paesi.

Da quel momento, la vita di Roberto è probabilmente cambiata anche perché, in una settimana, si è ritrovato in RAI, su SKY e tante testate giornalistiche.

No, l’obiettivo di questa intervista non è quello di sapere da Roberto quanto è emozionante incontrare Obama. L’obiettivo di questa intervista nasce dalla voglia di capire cosa ha imparato Roberto in tutti questi anni di ricerche in Europa nel settore culturale e civico in diversi paesi dell’Unione Europea, ossia di quello che ha vissuto prima di questi ultimi 3 mesi.

Chi era Roberto a 18 anni? Aveva già deciso di occuparsi di politiche internazionali?

Io ho la fortuna di essere nato in una famiglia dove si è sempre letto moltissimo: abbiamo libri in ogni angolo della casa. Ricordo che quando ero piccolo non amavo leggere, però ero sempre curioso di sfogliare libri un po’ impolverati. Un giorno capitai su un libricino dove erano raccontate le storie di personaggi importanti del XX secolo.

Scoprii la storia di Dag Hammarskjöld, nome che ancora oggi ho difficoltà a pronunciare. Fu un ex Segretario generale delle Nazioni Unite e morì in un incidente aereo in Congo durante una missione di pace. Per la prima volta, lessi dell’ONU e di quel mondo internazionale che tra mille difficoltà e con tanti limiti cerca ogni giorno di cambiare il mondo o di renderlo più pacifico.

Ero piccolo, ma da allora capii quale sarebbe stata la mia strada. Nel tempo ho un po’ abbandonato la parte politica e mi sono concentrato di più sulla progettazione e su un approccio più concreto senza mai perdere la mia vocazione internazionale e il bene collettivo.

Il tuo percorso universitario è stato molto differente rispetto a quelli classici. Hai iniziato a Bologna e, grazie ai vari programmi di formazione dell’Unione Europea, sei riuscito a realizzare importanti attività di ricerca nel settore delle scienze internazionali a Lione, Cracovia e Bruxelles.

Ecco, che cosa ti hanno insegnato queste esperienze, quali idee ti hanno trasferito e quali sei riuscito a concretizzare?

Io sono di Praiano e mio padre è napoletano, ho sempre amato la cultura napoletana e la sento molto mia. Dovunque vada, ne parlo talmente bene che Napoli, agli occhi di chi mi ascolta, sembra quasi il centro del mondo.

Ma il bello della cultura napoletana – e forse la sua grandezza – è che è un mix pazzesco di tante culture e influenze diverse. Nonostante questo, oggi la cultura napoletana, la sua lingua, le sue tradizioni sono fortissime e facilmente riconoscibili.

Ecco, mi piace pensare al mio percorso di crescita in questo senso; sento che il mio percorso formativo non possa prescindere da ciò che è lontano da me. Negli anni ho imparato a osservare con spirito critico e con grande umiltà e so che oggi quello che sono e quello che ho realizzato non sarebbe stato possibile senza le esperienze che ho vissuto nelle città che hai menzionato.

Ognuna mi ha dato qualcosa che ha caratterizzato una parte della mia personalità. Lione e Cracovia hanno contribuito alla mia crescita culturale, ho lavorato a festival importanti e in sale da concerti di musica sperimentale.

Ho passato le serate parlando con artisti di ogni nazionalità. Bruxelles mi ha insegnato un po’ l’efficienza lavorativa, confrontandomi con un mondo molto più business oriented. Praiano Naturarte potrebbe già essere la sintesi di questo mio percorso, l’unione di progettazione “scientifica” con arte e cultura.

Nel 2013 qualcosa è cambiato in maniera significativa nella tua vita: dopo 4 anni, infatti, ti ha permesso di essere con 500 tuoi coetanei internazionali selezionati dall’Obama Foundation.

Durante la mia prima esperienza a Bruxelles mi contattò il giornalista Claudio Gatti.

Io facevo uno stage alla Camera di Commercio belgo-italiana e ricordo che iniziai a parlare solo di questo nuovo progetto che stavamo per mettere su. In poco tempo, abbiamo dato vita ad Agenda Praiano, abbiamo raccolto circa 20k euro e abbiamo iniziato a progettare considerando sempre due parole chiave: visione e sostenibilità.

Abbiamo cominciato un lavoro lungo e tortuoso: abbiamo perso un primo bando, ne abbiamo vinto un secondo, abbiamo coinvolto sempre più persone, ne abbiamo perse altre per strada, abbiamo lavorato con artisti, istituzioni di ogni livello e l’abbiamo fatto in silenzio, senza proclami né protagonismi.

La pagina Facebook l’abbiamo creata solo nel 2016: prima non ne avevamo bisogno. Abbiamo sperimentato un modello di costruzione di capitale civico molto innovativo e ha funzionato bene.

Durante questi quattro anni, ho imparato moltissime cose, ho capito quali sono i concetti dai quali non si può prescindere: responsabilità, competenza, ricerca continua, innovazione, rispetto, intergenerazionalità, squadra, sacrificio ma soprattutto perseveranza.

Da 2 anni NESTA, Eurostat e Svimez affermano che nel centro sud d’Italia assisteremo a una crescita esponenziale di nuove assunzioni nel settore culturale e creativo.

In questi ultimi 2 anni non ci sono stati grandi novità in merito: tu cosa ne pensi, dopo tutte le esperienze di ricerca e lavoro avute in Europa e con il Giffoni Innovation Hub? Il sud d’Italia potrà diventare davvero la terra per chi lavora in questi settori?

Il mercato delle industrie creative e culturali sarà uno dei settori di riferimento per lo sviluppo del Sud Italia. Se c’è proprio una cosa che a noi non manca è la creatività: andrò controcorrente, ma non ci mancano neanche i soldi, o meglio manca la volontà e la possibilità di rischiarli.

Ciò che manca al Sud sono competenze manageriali e un ecosistema in cui sviluppare le idee. Il problema al Sud è strutturale e manca la cultura: cultura in senso stretto e cultura d’impresa (come la intendiamo oggi, in maniera innovativa). Il mondo del lavoro cambia velocemente e con questo stanno nascendo tantissime figure professionali nuove. Il mercato al Sud non ha ancora capito come utilizzare questo capitale umano di nuova generazione e non ha capito che è proprio quella la risorsa di cui avrebbe maggiormente bisogno.

Dall’altro lato, dovremmo chiederci in quale ecosistema abbiamo voglia di rischiare avviando un’impresa? Chi tutelerà le nuove imprese e i giovani che hanno voglia di rischiare? Esiste davvero questa autorità? È conveniente rischiare a queste condizioni fiscali? Di quanto tempo avrò bisogno per rientrare dall’investimento? La modernità ci impone velocità, l’apparato burocratico e chi lo gestisce quanti anni ha? Capisce i nuovi linguaggi? Quanto è ingarbugliato?

Non credo che il problema siano i soldi ma le condizioni per rischiare serenamente. Se prima non si dà una risposta concreta a queste domande, non basteranno futuri proclami e ondate di soldi pubblici: si rischia di creare una seconda “cassa del mezzogiorno” in miniatura.

Besourcer è una comunità di ricercatori. Proprio per questo motivo, ti chiedo quali sono state le tue ricerche più interessanti in Europa, nel campo delle nuove politiche internazionali?

Delle tante ricerche che ho effettuato in passato, mi piacerebbe parlare di quella che sto per iniziare e che sono sicuro sarà la più interessante. Ora mi trovo a Madrid. La città è un laboratorio a cielo aperto di produzioni dal basso. Mi affascinano i progetti di cittadinanza attiva e di come i cittadini tornano ad essere padroni e avere cura degli spazi in cui vivono in collaborazione con le istituzioni.

Qui sento parlare moltissimo di “ciencia ciudadana” (scienza cittadina) ed esistono associazioni e osservatori su questo fenomeno in grandissima ascesa. Ad oggi sono più di 120 movimenti, produzioni e attività che sono seguite e monitorare.

Ognuna ha qualcosa che valga la pena di essere scoperta, analizzata e replicata. Credo che sia un grande strumento per ricreare quel legame tra politica e cittadinanza che da tempo si è rotto e che è difficile da ricucire. La cosa fenomenale è che, al centro di tutti questi progetti, c’è in qualche modo la cultura ma soprattutto l’uomo, nella sua dimensione più naturale, senza nessun tipo di pregiudizio.

Cosa vedremo in futuro in Europa rispetto a quelli che sono stati dati e trend da te analizzati?

La mia paura è che vengano a mancare le giuste chiavi di lettura. Bisogna sviluppare un maggiore senso critico ma per farlo bisogna averne gli strumenti e conoscere di più la realtà andando a leggere le sfumature. Il mondo ci viene presentato in maniera estremamente semplicistica, i social ci spingono a fornire risposte in pochi caratteri e i nostri modelli di riferimento sono figure che fatturano milioni di dollari.

La verità è lontanissima da questa immagine che ci viene venduta. La società è estremamente complessa, non esiste mai una sola soluzione né un solo punto di vista ma molteplici. Insomma, non esiste sempre una sola verità. L’unica cosa di cui dovremmo essere sicuri è avere dubbi e relazionarci in base a questi per trovare risposte comuni.

L’Europa deve tornare a dialogare e farlo con coscienza di causa, ridando il giusto valore alle cose e alle persone. Sarò noioso ma credo che l’Europa debba tornare a formare i propri cittadini puntando sulle diversità e valorizzandole; dovrebbe avere il coraggio di esaltare la propria complessità ma soprattutto debba resistere sulla propria storia.

Dobbiamo avere il coraggio di esaltare la nostra storia fatta di cultura e umanità riportando l’uomo al centro del dibattito e non ai margini.

Ok, hai incontrato Obama e sarà sicuramente molto bello ma quali sono stati i progetti selezionati dall’Obama Foundation che hanno suscitato in te grande interesse?

Ho conosciuto uno dei fondatori di Amplifier.org. Hanno creato una piattaforma da cui è possibile scaricare gratuitamente delle fantastiche locandine realizzate dai principali artisti e street artist contemporanei. Le opere hanno tutte un messaggio politico molto forte e trattano i principali temi della modernità. L’idea è quella dell’arte come mezzo di diffusione di messaggi forti e diretti contro ogni forma di discriminazione, protezione delle minoranze, opposizione a forme di guerra e violenza, protezione dell’ambiente ecc. Oppure mi ha impressionato la forza di Amanda Nguyen: quando era studentessa, è stata violentata e nel giro di poco tempo ha creato Risenow. Con il suo movimento sta rivoluzionando la legislazione in molti stati americani riguardo la protezione delle persone (in prevalenza donne) vittime di violenza. Anche questo si può dire che sia un movimento che, partito dal basso, sta avendo un effetto incredibile negli Stati Uniti e inizia ad avere eco anche all’estero. Ci sarebbero tantissimi altri progetti, ma avrei bisogno di un’altra intervista.

Cosa consiglieresti a un ragazzo che si è appena iscritto all’università?

Consigliere sostanzialmente due cose: la prima è di conoscere sempre di più. Oggi si sta definendo una netta separazione tra conoscenza e competenza. La prima forma i cittadini e la seconda i professionisti. Consiglio di non smettere mai di crescere culturalmente perché non basta avere solo le giuste competenze al giorno d’oggi. In recenti studi è emerso che sono moltissimi i giovani laureati che appoggiano movimenti populisti ed estremisti.

Una volta la scuola/università formava a essere dei buoni cittadini, oltre che degli ottimi professionisti. Oggi la scuola sembra rispondere solo al mercato, venendo a mancare una parte fondamentale. Solo la cultura oggi può colmare questo vuoto e c’è bisogno di una grande forza di volontà da parte di tutti.

Consiglio di uscire fuori dagli schemi e guardare tutto da un punto di vista diverso. Se l’università insegna solo come passare l’esame, allora è meglio rimanere fuori e dare l’esame da non frequentante (spesso ho fatto così). Vale più l’esperienza di vita che imparare a memoria ciò che il professore vuole sentirsi dire all’esame.

La seconda cosa è fare l’Erasmus: è un’esperienza incredibile, che ti cambia la vita. Ci si confronta con tantissime culture, si imparano lingue e si studia in un altro paese. C’è solo il rischio di non voler smettere mai.

Sono un Recruiter specializzato in Tech e Social Recruiting e amo lavorare nel settore della formazione. Insieme a Lacerba abbiamo costruito la prima Masterclass E-Learning sulla Ricerca Lavoro Online. Lavoro come Consulente per diverse aziende nel settore HR & Recruitment per lo sviluppo di strategie di Outbound Recruiting ma la felicità più grande è data dalla ricerca di storie di professionisti ed aziende che nel 2019 saranno in un unico libro. Soffro della sindrome di Wanderlust da circa 10 anni. Ci vediamo su LinkedIn!

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