Il viaggio di Valerio nel mondo prima di diventare un lavoratore da remoto

In viaggio si conoscono tante persone. Ognuna con la sua cultura, con il suo modo di vedere e interpretare la vita e gli altri. Solo grazie a un viaggio e alle sue esperienze, un essere umano riscopre quelle emozioni e sensazioni che sente per la prima volta da bambino, l’età più bella per gli amanti delle esplorazioni.

In viaggio scopri, in maniera profonda, le storie di altri viaggiatori come te che decidono di condividere quello che per anni è stato il loro tesoro più grande.

Questa storia nasce proprio da tali considerazioni. Da una chiacchierata con Valerio Plessi durata 8 ore e mai terminata. Poteva finire lì, poteva non essere mai raccontata e condivisa, come fanno quei fotografi di viaggio che cercano di non scattare mai la foto più bella perché, quando vengono catturati da qualcosa di speciale, decidono di non farsi “distrarre” dalla loro camera.

Abbiamo pensato, invece, di condividervi questa storia con l’augurio che possa arrivare a tanti più ragazzi italiani possibili e che sono alla ricerca di risposte in un mondo che va ad una velocità incredibile che solo alcuni viaggiatori possono comprenderla.

Chi era Valerio a 18 anni? Era già uno smanettone di computer che sapeva che sarebbe diventato un ingegnere informatico?

Assolutamente no! A 18 anni frequentavo l’ultimo anno dell’Istituto Tecnico Industriale della mia città, Bologna, con specializzazione in Elettronica e Telecomunicazioni. Pensa che l’indirizzo Informatica era appena stato creato e non differiva tanto dal ramo che avevo scelto.

Ho bellissimi ricordi del mio periodo alle scuole superiori, anni in cui l’istruzione poteva ancora contare su risorse reali e laboratori ben forniti. All’Istituto Tecnico ci permettevano di sporcarci le mani con attrezzature reali: computer per progettare dispositivi, vasche di acido per creare i circuiti stampati in rame, saldatori per assemblare le schede elettroniche e strumenti per testarle. Insomma, l’intero ciclo produttivo di un dispositivo elettronico.

Già da bambino avevo la passione per i giocattoli in cui c’era da montare e smontare (Lego e Meccano si regalano solo agli adulti, ormai).

Credo che una scuola superiore con orientamento molto pratico abbia sicuramente consolidato in me questa passione per l’elettronica prima e l’informatica dopo. A quei tempi,Internet era solo una promessa e realmente accessibile a pochissime persone, quindi per scoprire le cose bisognava davvero metterci le mani e smontare tutto pezzo per pezzo. Sperando di sapere come rimontare il tutto!

Nell’estate che seguì il mio esame di maturità, ricevetti molte chiamate con offerte di lavoro per svariate aziende di Elettronica e Telecomunicazioni nella mia città. Era il periodo dell’esplosione delle dot-com  e le aziende erano disperate nel trovare tecnici qualificati, tanto che si contendevano i diplomati delle scuole tecniche. Difficile pensare che l’Italia ha avuto periodi così, osservandola ora.

Una telefonata su tutte la ricordo bene, era quella da parte di Infostrada, poi diventata l’attuale Wind. Per me fu un momento chiave quando rifiutai la loro proposta di lavoro: in quell’istante stavo anche decidendo che avrei continuato a studiare all’università e, vista la mia passione per scienza e tecnica, la migliore opzione sembrava essere Ingegneria Elettronica.

Non fu per niente una scelta programmata e pensata, ma più una valutazione estiva delle prospettive post-diploma. In quel momento non parevano esserci problemi per trovare un buon lavoro, quindi pensai che tentare la strada universitaria fosse la scelta giusta (se non fosse andata bene, un lavoro sarebbe stato lì ad aspettarmi, pensavo). Poi, nel frattempo, il mondo è cambiato, ma questa è un’altra storia.

Durante il tuo percorso di formazione ti sei creato una scuola alternativa?

Provo a spiegarmi meglio: l’università ti ha mai annoiato e indirettamente costretto a studiare altre materie da autodidatta? Se sì, come sei riuscito a costruirti la tua scuola alternativa?

Nei miei anni universitari, all’inizio del 2000, Internet non era presente in tutte le case come lo è adesso. In facoltà avevamo la possibilità di accedere ad Internet ma richiedeva una prenotazione del laboratorio e di solito venivano concesse una o due ore per controllare la posta elettronica e fare ricerche.

Era ancora l’epoca dei “portali” che aggregavano pagine web, quando i motori di ricerca si stavano ancora affacciando al mondo online. Yahoo e Google debuttarono attorno al 1997-1998 ma ci volle tempo prima che il loro prodotto diventasse efficiente e realmente utilizzato.

Questo per dire che crearsi una scuola alternativa è molto semplice ora, con tutte le risorse online che abbiamo a disposizione a tempo (e costo) praticamente zero. Diciamo che studiare per me è sempre stata una passione, che tuttora perduta, quindi maniere alternative di imparare ce ne sono sempre state. La differenza era che implicava cercare libri o risorse spesso disponibili offline, cosa impensabile ora, con migliaia di risorse online.

Non potrei dire che l’università mi abbia annoiato, ma sono sempre stato (e tuttora lo sono) molto critico riguardo al metodo di insegnamento delle università italiane. Soprattutto nelle materie tecniche e scientifiche, l’impostazione è troppo teorica, e questo non crea figure professionali in grado di lavorare una volta finiti gli studi.

Questo sicuramente è anche a causa dei pochi fondi destinati all’istruzione pubblica, ma in generale è l’impostazione fortemente teorica che abbiamo sempre avuto a livello universitario. Un paio di aneddoti, giusto per capire come eravamo e probabilmente siamo ora.

Nella foto, Valerio Plessi
Nella foto, Valerio Plessi

 

Terminata l’università a Bologna, ottenni una borsa di studio per un Master negli Stati Uniti. Nelle loro università è comune avere corsi condivisi tra studenti di anni differenti, quindi mi ritrovai in un corso di circuiti elettronici con studenti del secondo anno di Bachelor, mentre io stavo frequentando un Master.

Ebbene, loro – dopo soli 2 anni di università – erano in grado di costruire un circuito partendo dai singoli componenti in laboratorio, mentre io che ero laureato (in Italia) non avevo mai avuto la possibilità di accedere a un laboratorio universitario e quindi non avevo la loro pratica e manualità, ma solo tanta teoria nella testa…

Altra discussione interessante fu con un studente americano, che stava terminando un PhD in Matematica Applicata. Chiacchierando, venne fuori che ciò che io avevo studiato nel mio esame di Analisi matematica III, era quello che lui aveva coperto nei 6 anni di dottorato!

Non potevo credere che io ero stato costretto a studiare una matematica cosí complessa, che davvero non aveva avuto applicazione pratica nelle materie scientifiche per cui ci si iscrive a Ingegneria.

Insomma, il mio giudizio postumo sull’esperienza universitaria stava solo peggiorando: mi accorgevo sempre più di come, in altri paesi, funzionasse in modo diverso e migliore, creando figure professionali con esperienza pratica e in gradi di lavorare da subito.

Dopo la laurea, hai sentito che quello che volevi fare di più era un’esperienza all’estero? Cos’è successo e cosa hai fatto per seguire questo incredibile desiderio?

La mia tesi di laurea fu preparata in una piccola azienda di Bologna, dove entrai in contatto con il terribile mondo delle piccole imprese Italiane! Il capo supremo che arriva con il macchinone facendo il bello e cattivo tempo, la madre del capo che segue la contabilità e tanti poveri tecnici in balia di agenti commerciali che vendevano prodotti non esistenti.

Ironia della sorte, appena laureato mi fu offerto di restare con addirittura un contratto a tempo indeterminato, cosa che in quel periodo non succedeva più a nessuno. Seppur felice della proposta che confermava la qualità del mio lavoro durante la tesi, ci pensai a lungo e non riuscivo ad accettare di rinchiudermi in un piccolo ufficio di una grigia zona industriale di periferia.

Dall’altro lato, non avevo chiaro in testa quale sarebbe stato il mio prossimo passo, quindi negoziai un compromesso di contratto a tempo indeterminato, ma part-time, che quindi mi avrebbe occupato solo la mattina e una piccola parte del pomeriggio.

Non sapevo cosa avrei fatto del tempo che mi restava disponibile ogni giorno, ma sicuramente lo avrei impiegato meglio che in quell’ufficio. Ebbene, cominciai una ricerca assidua di un modo per fare una esperienza all’estero, tra borse di studio, offerte di lavoro e tutto quello che mi capitava sott’occhio.

La soluzione, in realtà, la trovai dietro casa. Un amico comune mi fece conoscere una Ingegnere libero professionista che aveva tra le mani un progetto per il monitoraggio digitale di strutture civili (i.e. edifici, ponti, etc.). Il progetto aveva fondi provenienti da una università americana, quindi mi ci buttai a capofitto ogni pomeriggio appena finito di lavorare in azienda. Il lavoro non era pagato, ma imparavo tantissime cose pratiche e c’erano prospettive per il futuro.

Con tantissimo impegno e lavoro, che spesso terminava a tarda sera, costruimmo il primo prototipo. Subito dopo, andammo negli Stati Uniti a presentarlo ai finanziatori, che furono entusiasti al punto da offrimi una borsa di studio per un Master, con l’accordo che la mia attività di ricerca avrebbe sviluppato ulteriormente il dispositivo.

Era fine agosto; i corsi nell’università americana sarebbero cominciati in pochi giorni e mi era stato appena offerto di cominciare il Master, però subito! Purtroppo, tra il dire e il fare, c’erano due problemi da risolvere: 1) avevo un lavoro da cui mi dovevo liberare e 2) dovevo tornare in Italia per ottenere il visto americano per studenti.

Ritornai di fretta e furia in Italia, mi licenziai e cominciai la procedura per il visto, che impiegò più di un mese ad arrivare. Per fortuna, l’università americana offriva accesso online ai corsi, così che anche da Bologna riuscii a non rimanere troppo indietro e comunque passare tutti gli esami del semestre una volta tornato negli Stati Uniti (stavolta con tutti i documenti in regola!).

Valerio in Palestina 3 anni dopo
Valerio in Palestina 3 anni dopo

 

Avevo realizzato il mio desiderio: ero negli Stati Uniti, con una borsa di studio totale che avrebbe coperto i costi del Master (i.e. circa 60.000 Euro per due anni), oltre che uno stipendio lavorando come Assistente Ricercatore per un professore.

I due anni successivi furono intensi e spesso faticosi, ma anche immensamente gratificanti dal punto di vista professionale e personale. Per la prima volta, dopo tanta Italia, venivo trattato come una risorsa professionale da utilizzare (e non sfruttare). In generale, non avevo più attorno a me tutti i meccanismi di controllo e potere tipici dell’ambiente universitario e lavorativo Italiano. Capii velocemente che un altro modo di studiare e lavorare esiste.

Il risultato fu una grande presa di consapevolezza delle mie capacità e pregi, ma anche dei miei difetti e aree di miglioramento. Mi veniva permesso di studiare, visitare conferenze internazionali, lavorare e partecipare a tantissime cose a cui non avevo mai avuto accesso. Insomma, da Ingegnere “sfigato” e relegato sempre ai lavori tecnici più complessi e mal retribuiti, in un solo passo ero diventato una risorsa da curare e far crescere.

Dopo il Master, per una scelta personale, tornai in Italia. Ma professionalmente tutto era diverso: forte della mia esperienza e acquisita consapevolezza, non sarei più stato disponibile ad accettare condizioni di lavoro misere e ambienti di lavoro tossici.

La tua carriera professionale inizia a 27 anni. Primo lavoro a Bruxelles e successivamente a Londra per una delle Corporation più grandi al mondo: CISCO.

Cosa ti ha segnato quell’esperienza di 3 anni?

Subito dopo il Master negli Stati Uniti, tornai in Italia dove lavorai per circa un anno in una start-up Italiana che stava sviluppando una interessante applicazione Biomedica. L’idea era davvero buona e innovativa, però mi accorsi che la biomedica non era il campo in cui volevo lavorare quindi lo abbandonai dopo poco tempo.

Dopo mesi di recruiting (non scherzo, circa sei mesi per scegliere tra 10000 candidati a chi offrire le 10 posizioni lavorative disponibili), finalmente mi fu offerto un lavoro in Cisco Systems. L’offerta era imperdibile: primo anno di training pagato a Bruxelles, poi spostamento a Londra per cominciare a lavorare. In quel momento, fui ripagato dell’immenso sforzo durante i mesi di recruiting, quando mi alzavo la mattina alle 5:00 prima dell’ufficio, per studiare e preparare i colloqui telefonici e in sede, ce ne furono più di dieci nell’arco di sei mesi.

Il primo anno a Bruxelles fu molto intenso: avevano scelto un mix di ragazzi neo-laureati, e in quel poco tempo a disposizione (circa 12 mesi), somministrarono botte di training super-intensivi che ci fecero diventare Network Consulting Engineers.

Le certificazioni Cisco erano il cardine del programma di training, ma affiancate da soft-skills trainings come presentazioni, gestione clienti, risoluzione problemi e tanti altri. Fu un periodo molto interessante, in cui si veniva spinti al limite, con livelli di stress molto alti, ma il risultato era un apprendimento davvero rapido ed efficace.

Certo, sul lungo periodo non sarebbe stato sostenibile, ma fu positivo per tutti i partecipanti durante quei 12 mesi di permanenza in Belgio.

Mi trasferii poi a Londra, città incredibile in cui ero felicissimo di andare a vivere. Questa opportunità di lavoro mi ha dato la possibilità di imparare tanto, vedere come funziona una grande corporation, ma soprattutto di lavorare in ambito internazionale con colleghi da ogni parte del mondo. Non era raro volare dall’altra parte del pianeta per visite a clienti importanti, così imparando come cambia il punto di vista lavorativo anche in base alla cultura locale.

Credo che una grande azienda sia un trampolino di lancio da provare subito dopo la laurea. Ti permette di entrare in un sistema lavorativo ben rodato, che solitamente ha risorse da impiegare per formare i junior appena entrati. Insomma, anche in due anni ti fa vedere cosa vuol dire lavorare a livello internazionale, con tutte le sfide che un mercato globale pone al giorno d’oggi. Non rimpiango un solo giorno passato in Cisco, anche se – arrivato ad un certo punto – dopo qualche anno sentii il bisogno di cambiare.

3 anni perché poi decidi di prenderti 2 anni sabbatici e partire alla scoperta di un mondo che non avevi ancora scoperto. Se adesso avessi l’opportunità di scrivere una lettera di quel viaggio durato 2 anni in America Latina, che cosa scriveresti?

Nei 3 anni vissuti a Londra, ero entrato in contatto con persone letteralmente da tutto il mondo. Anche la stessa New York non riesce ad essere così multiculturale come Londra e, a forza di sentire le storie di persone provenienti da paesi lontani, non era più sufficiente impacchettare le mie esperienze di viaggio nelle 5 settimane di ferie annuali. Davvero, quel poco tempo sembrava niente di fronte a tutto quello che c’era da scoprire e vivere nel mondo là fuori.

Cercando negli angoli polverosi della intranet aziendale, trovai una policy per cui potevo chiedere fino a 2 anni sabbatici, non pagati e senza garanzia di rientro. Mi sembrava un rischio minuscolo in confronto a quello che avrei guadagnato come esperienza di vita.

Mi presentai in ufficio dal mio manager, il quale non era nemmeno a conoscenza di tale policy aziendale! Fu lui il primo ad essere entusiasta della MIA idea, e in poco tempo ebbi la sua approvazione formale. A dicembre di quell’anno, impacchettai tutto ciò che possedevo a Londra in scatoloni che lasciai in uno storage per 2 anni. Salutai gli amici e tornai in Italia per Natale.

Rajastan – India

Il 12 Gennaio partivo per Buenos Aires: biglietto di sola andata, con uno zaino troppo pesante ma tanto tempo a disposizione, cosí come non ne avevo mai avuto prima in vita.

Ero emozionato e un po’ impaurito: la sensazione dell’ignoto e allo stesso tempo della scoperta teneva alta l’adrenalina. Stavo realizzando un mio sogno, nato solo pochi mesi prima, ma cercato e messo in pratica al momento giusto.

Mentre volavo sopra l’oceano Atlantico, capivo come i sogni nel cassetto troppo facilmente possono restare lì a prendere polvere, se non siamo noi a tirarli fuori e realizzarli. Questa cosa dovevo ricordarla per sempre.

Ecco la lettera che scrissi a me stesso alla fine del viaggio, per non dimenticare.

Caro Valerio,

ti scrivo adesso che i due anni in Latino America sono appena conclusi. Voglio mettere per iscritto le cose che hai imparato e che non devi assolutamente dimenticare, anche quando la tua vita sarà diversa e i ricordi di viaggio si affievoliranno.

La libertà. Chi ha la fortuna di nascere libero, e non tutti purtroppo ce l’hanno, dovrebbe fare in modo di restarlo per tutta la sua esistenza. Al “sistema” non piacciono le persone libere, le persone che leggono, si informano, capiscono e agiscono di conseguenza. Tu sei nato libero e dopo questi due anni sai ancora meglio cos’è la libertà in spazio e tempo. Quando tornerai a casa e rientrerai in una vita normale, il “sistema” proverà a intrappolarti, ma tu dovrai essere più scaltro – ricorda sempre che la tua libertà vale più di tante altre cose che ti vengono offerte in cambio.

La fortuna. Non parlo della fortuna che ti fa vincere alla lotteria, quella non la puoi controllare e sta a te decidere se crederci oppure no. Qui parlo della fortuna di essere nato nella parte agiata del mondo: quella senza dittature, senza  limitazione alla libertà personale e soprattutto benestante. Chi si lamenta della crisi economica ha le sue ragioni, ma probabilmente non ha mai visto la povertà vera, quella di chi vive con 2 Dollari al giorno e rischia di morire anche per un banale incidente che non viene curato per mancanza di denaro. Ecco, non ti dimenticare mai di quanto sei fortunato ad essere nato nella parte del mondo che, nonostante tutto, vive bene e offre opportunità che il resto del mondo non avrà mai.

L’altruismo. Visto che sei nato fortunato, e questo non ti è costato nessuna fatica, cerca di fare uno sforzo per condividere parte di questa fortuna con chi non ce l’ha. Hai visto con i tuoi occhi cosa sia la povertà vera, quella che a poco a poco di strappa la vita dal corpo. La prossima volta che vedi qualcuno che ha bisogno di aiuto, anche fosse il lavavetri al semaforo, valuta quanto 2 euro facciano la differenza nella tua vita, e poi nella sua – partito da chissà dove, arrivato chissà come, in Italia a vivere di espedienti – chiediti come doveva essere la sua terra per sottoporsi volontariamente a questo travaglio?

Il libero arbitrio. Pensa con la tua testa, leggi, informati, discuti, sviluppa una tua opinione sulle cose. Non credere nei populismi, ad esempio a chi dà sempre la colpa di tutti i problemi allo straniero di turno: prima i meridionali che venivano a insidiare il nostro lavoro, poi gli albanesi che rubavano, adesso i migranti africani che “ci invadono”. È strano che sia sempre lo straniero del momento la causa di tutti i problemi, non trovi? Insomma, non credere mai alla sola versione che ti viene raccontata, cerca sempre altre voci ed opinioni, esplora oltre la superficie. E se ancora non sei sicuro, vai alla fonte delle cose e indaga te stesso.

Sono solo quattro cose, sembrano semplici da tenere a mente ma purtroppo tendiamo a dimenticare facilmente. Adesso che le hai scritte, non avrai più scuse!

In bocca al lupo,

Valerio

 

I miei 35.000 Km percorsi via terra, fiume e mare in Latino America

 

Il mio viaggio durò in totale 19 mesi, in cui percorsi 35.000 chilometri via terra, fiume e mare attraverso 19 paesi dell’America Latina. Dal Messico fino alla Patagonia Argentina, attraversai le due linee dei tropici e quella dell’equatore, guardando il continente americano che scorreva fuori dal finestrino del bus o ai lati della barca che mi trasportava.

Per scelta non presi aerei (a parte quello per Cuba, unico modo di entrare nell’isola), in quanto volevo osservare come il mondo cambiava attorno a me, nella lentezza di un viaggio via terra. Mare che diventa montagna, spagnolo che diventa brasiliano, uccelli tropicali che diventano pinguini. Vidi tutto questo e ovviamente ritornai diverso da come ero partito.

I miei 35.000 Km percorsi via terra, fiume e mare in Latino America

Quel viaggio, tra le tante cose, ti ha insegnato ad avere un giusto bilanciamento tra vita e lavoro. Al tuo ritorno, hai rifiutato tante offerte: hai rifiutato Londra, Dublino e nuovamente gli States. Il tuo obiettivo era quello di vivere con più tranquillità e viaggiando.

Qual è stato il tuo piano per raggiungere questo obiettivo?

Questo è esattamente il punto: trovare un bilancio tra vita e lavoro. Se non si nasce ricchi, tutti abbiamo bisogno di sostenerci economicamente. I soldi non garantiscono la felicità, ma sono necessari per vivere una vita serena. Ciò non vuol dire che si debba vendere la propria vita in cambio di soldi, o magari neanche quelli ma solo un misero lavoro sottopagato.

Sicuramente, avere tanto tempo a mia disposizione durante il mio lungo viaggio, mi ha permesso di capire come il tempo sia la risorsa più importante e preziosa che abbiamo. Il tempo è la nostra vera ricchezza. Il tempo trascorso non lo riavremo mai: se lo sprechiamo, ci impoveriamo; se lo usiamo bene, ci arricchiamo.

Usare bene il proprio tempo è un concetto estremamente soggettivo. Che sia studiare, lavorare, oziare…ognuno ha il diritto di scegliere. Quindi, tornando al tema lavoro, credo sia importante trovare un compromesso che non abbia un impatto negativo sulla nostra vita.

Valerio a Uyuni, in Bolivia
Valerio a Uyuni, in Bolivia

 

Se un lavoro occupa troppo tempo, stressa, non dà soddisfazioni, forse non è un buon lavoro per noi. Io personalmente ho rifiutato tante proposte di lavoro estremamente ben pagate e con sicure prospettive di carriera, semplicemente perché i soldi e la carriera non sono tutto per me. Queste offerte di lavoro normalmente erano in città dove non volevo vivere (Dublino, Londra, Dubai), ed erano legate a una costante presenza in ufficio.

Sono un grande sostenitore del lavoro da remoto e questo vale bilateralmente:

  • lato Azienda: cercare lavoratori remoti significa accedere ad un mercato globale virtualmente senza limiti, basta che ci sia una connessione Internet. Ricerche recenti mostrano come un lavoratore remoto produca di più e sia più soddisfatto dal lato lavorativo poiché trova un miglior bilancio tra lavoro e vita personale. Un lavoratore remoto costa potenzialmente meno all’azienda, se non è costretto a vivere in una costosa grande città.
  • lato Lavoratore: si elimina lo stress giornaliero del viaggio in ufficio, con ovvio risparmio di tempo che può essere ripartito tra lavoro e vita personale. Si elimina l’inevitabile attrito che si crea in un ufficio, dove un gruppo di persone deve quotidianamente convivere senza possibilità di scelta dei colleghi. Si è più inclini a lavorare fuori orario di lavoro, quando necessario, visto il grande beneficio di essere a casa propria anche se sono le 9 di sera e c’è un problema da risolvere. Si può vivere dove si vuole, ad esempio fuori dalle grandi città, dove la vita è caotica e costosa. O dove splende sempre il sole e l’inverno lo si vede solo in televisione.

Tornando alla mia esperienza personale, una volta acquisite competenze professionali richieste dal mercato, ho potuto negoziare condizioni lavorative a me più consone. Ho cominciato a rifiutare tutti i lavori che richiedessero presenza in ufficio, prendendo solo in considerazione quelli che offrivano l’opzione remota (e nel campo della tecnologia ce ne sono, e ce ne saranno sempre ci più).  

Ricevendo una proposta di lavoro, spesso ero io a chiedere riguardo l’opzione di lavorare in remoto, e frequentemente non era disponibile quindi la discussione finiva in quel momento. Ovviamente, questo genere di selezione e negoziazione è possibile solo dopo aver sviluppato competenze per cui il mercato è disposto a pagare e a scendere a compromessi. Diversamente, è difficile negoziare, soprattutto all’inizio della propria carriera lavorativa o comunque senza avere esperienza lavorativa significativa.

Da quando ho fatto la scelta di “nomadizzarmi” tramite il lavoro remoto (circa 3 anni fa), questo è stato un mio tipico anno di vita : inverno in paesi caldi tra cui Sud Africa, Mozambico, India, Thailandia, California ed estate in Europa.

Connessione Internet? Raramente è stata un problema: è triste rendersi conto che in molti paesi del mondo non hanno strade o acqua corrente nelle case, ma il 4G è sempre una bomba.

Valerio Map

 

Ad oggi hai provato a vivere 3 vite: il dipendente della grande multinazionale all’estero, il viaggiatore backpacker e il nomade digitale. In pochi ci sono riusciti ed ecco perché ti chiedo come cambierà,  secondo te, il mercato del lavoro e delle risorse umane in futuro?

Come pensi che un dipendente possa raggiungere il massimo della sua produzione?

Il mercato del lavoro deve, volente o nolente, diventare più liquido e slegarsi da presenza fisica e orari d’ufficio. In un certo senso, bisognerebbe rispolverare il lavoro a cottimo, cioè non prettamente legato alle ore passate in ufficio ma incentivando il prodotto creato.

Non deve importare se il lavoro è stato fatto tra le 9:00 e le 17:00, oppure la notte. Le aziende dovrebbero focalizzarsi sull’output di un lavoratore, quello che davvero ha prodotto nelle sue ore fatturabili, e non quante ore ha passato in ufficio o davanti al computer.

Se guardiamo il mondo dal lato occidentale, da anni ormai stiamo facendo outsourcing del lavoro di quantità verso paesi dove la manodopera costa meno. Quindi, visto che sulla quantità non possiamo più vincere, le aziende occidentali dovrebbero focalizzarsi sulla qualità del lavoro e del prodotto.

In Italia, purtroppo, la presenza in ufficio sembra ancora imprescindibile, in quanto non c’è la fiducia nel lavoratore remoto, e forse neppure un sistema aziendale per valutare effettivamente la qualità del lavoro prodotto. Il risultato è la perdita di competitività a cui stiamo assistendo, e un modo per invertire la rotta potrebbe essere puntare sul lavoro remoto per accedere a un mercato globale (che permette anche di ridurre i costi).

Un lavoratore, dipendente o autonomo, può raggiungere la sua massima produttività solo se è soddisfatto del proprio lavoro e delle condizioni in cui può svolgerlo. Trovando un bilancio vita/lavoro soddisfacente, non potrà che essere fortemente motivato a mantenere questa condizione.

Ultimamente, siamo bombardati dal messaggio “Vivere delle proprie passioni”: questo va ovviamente bene, a patto che le proprie passioni possano essere vendibili sul mercato e, al tempo stesso, non ci obblighino a lavorare 20 ore al giorno a ritmi folli, cosa che non le farebbe durare a lungo.

Anche il lavoro dei sogni verrebbe rovinato da cattive condizioni in cui svolgerlo, quindi è fondamentale trovare un bilancio. Puoi essere il miglior gelataio del mondo, ma se lavori al polo nord meglio se cominci a vendere caffè e tè caldo!

Segui da tempo l’evoluzione del Bitcoin e della blockchain e tra poco vedremo online il tuo nuovo sito di informazione su questo mondo, ancora sconosciuto per tanti. Cosa vedremo sul tuo nuovo sito? La blockchain sarà davvero la tecnologia del futuro? Se sì, perché ?

Il sito di BitAmigos, sviluppato in collaborazione con il mio amico Luca, è ora online: www.bitamigos.net

Il mondo del Bitcoin e delle criptovalute è in crescita parabolica: nel momento in cui scrivo, ha una capitalizzazione di 779 miliardi di dollari e mediamente si hanno 10/15 miliardi che entrano giornalmente.

Per avere un’idea del fenomeno, basta dare un’occhiata all’immagine qui sotto, dove vediamo che il mercato delle criptovalute ha una capitalizzazione maggiore di Amazon e Apple, senza contare il continuo aumento che ho citato.

Al momento, è in atto un mercato fortemente speculativo, che non ha barriere di ingresso come succedeva con il mercato azionario tradizionale. Con le criptovalute chiunque può aprire un account su uno dei tanti siti di exchange e comprare/vendere Bitcoin o valute di altro tipo immediatamente.

Webinars

Purtroppo c’è molta disinformazione e tante persone entrano in questo mercato, abbagliate dai lauti guadagni, non si informano preventivamente sul come funziona e i rischi che comporta.

Al di là dei guadagni sul Bitcoin, è in atto una vera rivoluzione tecnologica che può essere paragonata all’avvento di Internet, circa 20 anni fa. Pochi ci credevano, tanti lo bollavano come bluff e tecnologia inutile che non ce l’avrebbe mai fatta. Sappiamo tutti com’è andata a finire…

La vera rivoluzione sta nel meccanismo alla base di tutte le criptovalute, ossia la Blockchain. Senza perdersi in tecnicismi, diciamo che – per la prima volta nella storia della tecnologia digitale – c’è la possibilità di passare da un sistema centralizzato (quindi gestito da pochi) ad uno decentralizzato (gestito da tutti quelli che decidono di partecipare).

Questo concetto potrebbe avere incredibili applicazioni in tantissimi campi:

  • finanziario: pensa a una banca completamente in mano tua, dove puoi operare con il tuo denaro senza il controllo della lobby delle banche;
  • servizi: pensa a Booking o Airbnb in forma distribuita, in cui tutti guadagnano equamente, non solo le briciole lasciate dai gestori centralizzati del servizio;
  • privacy: pensa a pagamenti anonimi, in cui non sei tracciato ogni volta che utilizzi una carta di credito online od offline;
  • intrattenimento: pensa a piattaforme per distribuire contenuti audio e video in maniera decentralizzata, cioè dove tutti possono cominciare subito senza dover rendere conto a un gestore centrale come Youtube.

Potrei andare avanti all’infinito, però mi fermo qui, per ora!

Se sei curioso e vuoi saperne di più, il metodo migliore è investire una piccola quantità di denaro (anche 100 Euro) in criptovalute e cominciare a usarli per capire i meccanismi alla base di questo nuova tecnologia chiamata Blockchain.

Se non hai idea di come cominciare o hai paura di sbagliare, puoi andare ora sul sito www.bitamigos.net e iscriverti alla newsletter che trovi in home page. In 6 brevi video ti spiegheremo come comprare i tuoi primi Bitcoin senza fare errori così da entrare nel mondo delle criptovalute come early adopter. È tutto gratuito e non ti chiederemo mai soldi!

Se ti darai questa possibilità, potrai renderti conto con i tuoi occhi della rivoluzione che ci aspetta nel futuro prossimo.

Non è troppo tardi…vuoi seguire il Bianconiglio? 🙂

Sono un Recruiter specializzato in Tech e Social Recruiting e amo lavorare nel settore della formazione. Insieme a Lacerba abbiamo costruito la prima Masterclass E-Learning sulla Ricerca Lavoro Online. Lavoro come Consulente per diverse aziende nel settore HR & Recruitment per lo sviluppo di strategie di Outbound Recruiting ma la felicità più grande è data dalla ricerca di storie di professionisti ed aziende che nel 2019 saranno in un unico libro. Soffro della sindrome di Wanderlust da circa 10 anni. Ci vediamo su LinkedIn!

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